Giuseppe Barbaroux

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E’ forse il personaggio più illustre della nostra città, colui che insieme al demontese Giacinto Borelli ha traghettato il Regno di Sardegna, e quindi l’Italia, dal Feudalesimo e dall’assolutismo alla liberal-democrazia. Nacque nel 1772 a Cuneo, nella via che oggi porta il suo nome, da padre francese (giunto a Cuneo come commerciante di tessuti nel bel mezzo della guerra che ha visto il vittorioso assedio contro i Francesi del 1744 – quello per intenderci di “Baron Litron”) e da madre cuneese, Giordana Giovanna figlia di un noto medico. Anche se trasferito con la famiglia all’età di soli undici anni in Torino (dove si laureò in diritto civile e canonino, a soli diciotto anni), ha continuato a trattenere forti legami con la nostra città, che deve a lui, fra l’altro, la nascita nel 1817 della Diocesi di Cuneo. Già, perché Barbaroux, prima di dedicarsi alla redazione dei codici albertini, fu per molti anni ambasciatore del regno di Sardegna presso la Santa Sede e in tale veste, non solo ebbe il merito di risolvere la spinosissima questione degli espropri operati dagli stessi Savoia e da Napoleone in danno della Chiesa e di sventare il pericoloso progetto austriaco della “lega postale”, ma si adoperò anche e con successo perché Cuneo diventasse sede di Diocesi. Il merito più grande e spesso dimenticato, tuttavia, è l’aver saputo, in qualità di Ministro di Grazia e Giustizia, aprire il Regno di Sardegna (di lì a poco Regno d’Italia) allora governato dal re “tentenna” Carlo Alberto, alla modernità, con la redazione dei codici civile, penale e commerciale, e relative procedure. Seppe fare piazza pulita del caos legislativo e dei privilegi feudali e aprì il Paese alle idee figlie della rivoluzione francese. Fu un compito terribilmente difficile a causa del quale si fece soltanto nemici. Accusato di essere ultra conservatore dai riformisti e ultra riformista dai conservatori, nonostante accuse sprezzanti e spesso calunniose, tirò dritto e seppe mediare adattando le vetuste tradizioni culturali del proprio Paese alla necessità di aprirlo al futuro e al progresso. Grazie a lui fu realizzata un’unica e razionale legislazione, nella quale furono finalmente affermati i capisaldi di ogni moderna legislazione: il principio, allora per nulla scontato, dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e le libertà fondamentali di ogni democrazia, e fra tutte la libertà di iniziativa privata che aprì il Paese al progresso economico. Vi riuscì in modo non traumatico estendendo all’intera popolazione il frutto dei nuovi ideali.I codici albertini cambiarono il volto del regno, aprirono la strada alla rivoluzione industriale e furono la premessa indispensabile per la promulgazione dello “Statuto Albertino” e quindi per la trasformazione dello stato da monarchia assoluta in monarchia costituzionale.

 

RELATORE: Mario ROSSO

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