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Il Museo Regionale di Scienze Naturali nasce nel 1978 a seguito dell’approvazione della legge regionale n.
37. La scelta della Regione Piemonte fu fondamentale per riunire tutte le collezioni storiche, legate alle
scienze naturali, in un unico luogo, scegliendo lo splendido palazzo “San Giovanni Vecchio” in centro a
Torino.
Sin dal 1739, infatti, sotto il regno di Carlo Emanuele III, era stato costituito il Museo di Storia Naturale di
Torino, che conteneva tutti i reperti oggetto di studio dell’Università di Torino, ma le diverse collezioni
(botanica, zoologica, mineralogica, paleontologica ed entomologica) erano divise in musei differenti, gestiti
dai relativi dipartimenti universitari.
Proprio il settecento è stato l’anno di grande svolta per lo studio delle scienza naturali a Torino, perché in
quegli anni furono organizzate le prime grandi esplorazioni del mondo conosciuto, sulla scorta di quanto
fatto da tutti grandi regni europei, finalizzati alla classificazione ed all’incremento delle conoscenze in tale
ambito. Tutto il 1800 fu caratterizzato da tali esplorazioni. Viaggi straordinari, che hanno permesso di
rendere l’università di Torino uno dei principali atenei mondiali in merito a tali argomenti e di creare una
raccolta di reperti, provenienti da tutto il mondo, unica nel suo genere.
Il 1900, caratterizzato da due guerre mondiali e da un progressiva modificazione del metodo di studio, ha
visto una forte riduzione di tali esplorazioni ed una riduzione dell’interesse relativamente all’incremento
delle collezioni museali. Nel 1936 inizia inoltre il progressivo restauro di Palazzo Carignano, ove erano
collocate le collezioni scientifiche, finalizzato alla realizzazione del Museo del Risorgimento. In tale ambito
vengono trasferiti presso il “San Giovanni Vecchio”, insieme ai relativi dipartimenti universitari: zoologia
nell’ala di via Accademia Albertina e geologia nell’ala di via San Massimo.
Con la nascita del Museo Regionale di Scienze Naturali, nel 1978, tutte le collezioni relative alle scienze
naturali vengono riunite nel palazzo dell’antico ospedale San Giovanni. Sette milioni di reperti, di cui circa
4,5 milioni di insetti, 500.000 animali, 600.000 minerali, 700.000 reperti fossili e 600.000 fogli botanici. Una
collezione unica, dal valore inestimabile, che ha la capacità di raccontare la storia dello studio delle scienze
naturali, dalla scoperta della biogeografia alla comprensione dell’evoluzionismo, dalla descrizione delle
specie più uniche e rare, arrivando anche a conservare animali ormai estinti.
Purtroppo il Museo viene chiuso il 3 agosto 2014 a seguito dell’esplosione di una bombola antincendio e
tale resta fino al 12 gennaio 2024, quando, finalmente, riapre, seppur parzialmente, le sue porte al
pubblico. Tre sale: il Museo Storico Zoologico, l’Arca delle Esplorazioni e La sala delle Meraviglie.
Il Museo di Zoologia oggi è la rivisitazione di un percorso che come allora conduce a esplorare la fauna dei
cinque continenti, a entusiasmarsi per molti reperti “naturalizzati” che hanno più di duecento anni.
Sono centinaia di esemplari, risultato di ricerche e di viaggi sulle orme dei più insigni zoologi torinesi che,
succedutisi alla Direzione del Museo, hanno arricchito le collezioni e formato generazioni di illustri studiosi.
Per primo Franco Andrea Bonelli che agli inizi dell’800 viaggiò per l’Europa per acquistare pelli di animali da
poter esporre al Museo: uno degli esemplari esposti è un ippopotamo proveniente dal Capo di Buona
Speranza e comperato da Bonelli a Londra nel 1823.
Al centro del Museo di Zoologia si trova l’elefante Fritz, dono del Vicerè d’Egitto ai Savoia nel 1827, allevato
per anni nel serraglio della Palazzina di Caccia di Stupinigi. L’esemplare “in pelle” è affiancato dal suo “alter
ego”, il suo scheletro, preparato separatamente come è usanza.

I reperti nei grandi armadi storici, restaurati per l’occasione della riapertura, alcuni dei quali in noce
massiccio lavorato, sono suddivisi geograficamente, in un excursus sulla fauna dei diversi continenti.
La seconda sala visitabile nel nuovo percorso espositivo è l’Arca, già progettata dall’arch. Andrea Bruno sul
finire degli anni ’90 del secolo scorso e inaugurata nel 2000. La struttura espositiva evoca una nave e ha
quindi generato lo spunto per sviluppare la tematica del viaggio, in particolare del viaggio esplorativo che
nel succedersi dei decenni ha portato all’arricchimento delle collezioni museali, soprattutto quelle del
Museo torinese. Reperti, immagini, video si succedono declinando il ruolo del viaggio e della scoperta nell’arricchimento
delle collezioni. A partire dal viaggio in Oriente di Vitaliano Donati, medico padovano chiamato dai Savoia a ricoprire la
cattedra di Botanica all’Università e poi inviato in Oriente per ampliare le conoscenze sugli aspetti
naturalistici e storico-artistici dell’Egitto e per spingersi successivamente nel “Levante”. Donati partì nel
1759: del suo viaggio è esposto nell’Arca un reperto di camaleonte; quel viaggio gli costò la vita, si ammalò
non fece ritorno. Ben più noto fu nel mondo scientifico internazionale il viaggio di circumnavigazione del globo della
pirocorvetta Magenta, fra il 1865 e il 1868: Filippo De Filippi, lo zoologo fiorentino Enrico Hyllier Giglioli e il
preparatore genovese Clemente Biasi furono impegnati in raccolte di esemplari, molti dei quali ora esposti
al pubblico. Una spedizione che costò la vita a Filippo De Filippi, che quindi al Museo zoologico torinese
dedicò davvero ben oltre che impegno e dedizione.
Il primo decennio del Novecento è testimone di nuovi viaggi di esplorazione: quelli del Duca degli Abruzzi
che unì l’impresa alpinistica e di conquista a quella di arricchimento delle conoscenze naturalistiche delle
regioni visitate e anche delle collezioni museali. La spedizione verso il Polo Nord (1899-1900), quella al
massiccio del Ruwenzori, fra Uganda e Congo (1906), e quella al Karakorum, la catena montuosa situata a
Nord-Ovest dell’Himalaya (1909) furono l’occasione di apportare al Museo torinese un gran numero di
esemplari tra cui parecchie specie nuove.
Se l’Ottocento è stata l’epoca delle grandi esplorazioni scientifiche in cui eruditi e naturalisti percorsero
terre allora sconosciute per scoprire la grande diversità delle forme viventi, arricchendo con migliaia di
esemplari le collezioni dei musei di storia naturale, nel Novecento la raccolta di reperti diventa un mezzo
per studiare la natura, alla luce delle nuove grandi teorie scientifiche. I musei naturalistici non perdono di
significato grazie al patrimonio unico delle loro collezioni storiche, anzi diventano scrigno di inestimabili
archivi di geodiversità e biodiversità a disposizione per ulteriori indagini.
La terza sala nell’ambito del percorso aperto al pubblico è la Sala delle meraviglie, un luogo in cui i tesori
del Museo, proprietà sia dell’Università sia della Regione Piemonte, si svelano. Dal grande al piccolo:
grande come i due modelli di mastodonte e di rinoceronte, testimoni della vita di qualche milione di anni fa
in Piemonte. Un mastodonte di oltre 7 metri di lunghezza con due portentose zanne, una dieta da erbivoro,
che si muoveva in ambienti di foresta sub-tropicale caratterizzata da ampi bacini fluviali. Al piccolo come
alcuni insetti che sono espressione di una enorme variabilità di forme, declinata attraverso una minima
esposizione della diversità di coleotteri e lepidotteri.
Meraviglia declinata anche attraverso la diversità delle forme della lamina fogliare: la foglia diventa
protagonista di una infinità varietà di linee. E altrettanta meraviglia quella espressa dai cristalli: colori e forme della rodocrosite, dell’azzurrite, dell’elbaite, del quarzo ematoide sino ad alcuni gioielli veri e propri
nel campo del collezionismo mineralogico provenienti dalla val d’Ala e dalle miniere di Brosso e Traversella.
E’ esposta solo una piccola esemplificazione di tutte le meraviglie che sono nascoste all’interno di questo
stupendo scrigno di diversità di collezioni che è il Museo Regionale di Scienze Naturali

 

Marco Fino

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