‘Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri’
Voltaire, anno 1764
La privazione della libertà personale è un fenomeno complesso e sfaccettato che va ben oltre la
semplice detenzione in carcere. Essa rappresenta la sospensione o l’interruzione della continuità
temporale e spaziale della vita di un individuo, traducendosi spesso in una sottrazione di significato
al proprio tempo. Sebbene il carcere sia il luogo simbolico per eccellenza, la privazione tocca
diverse aree, inclusi i centri per immigrati (CPR).
La privazione della libertà storicamente mostra fluttuazioni, con periodi di alto sovraffollamento e
un’evoluzione verso la ricerca di un equilibrio tra funzione punitiva, sicurezza e finalità rieducativa
della pena.
La privazione della libertà rappresenta lo strumento punitivo più restrittivo del sistema penale
moderno. Secondo i dati del World Prison Brief 1 , il numero complessivo di detenuti nel mondo
supera i 10 milioni. Un dato approssimato per difetto che non include i migranti reclusi in centri
amministrativi e le persone private di liberta’ da parte di attori non statali in zone di conflitto armato.
Il World Prison Brief rivela un sistema globale profondamente diseguale, dove:
– Grandi potenze come USA e Cina concentrano oltre 3,7 milioni di detenuti
– La maggior parte degli ordinamenti europei ha intrapreso percorsi di deflazione carceraria
– Le donne rimangono sottorappresentate nella popolazione detenuta
– Innovazioni amministrative e legislative (come in Olanda) segnalano l'emergere di nuovi approcci
alla gestione del sistema penale
– Il sovraffollamento carcerario persiste come sfida strutturale in molte democrazie occidentali,
particolarmente in Italia.
I Principali Paesi per numero assoluto di detenuti sono gli Stati Uniti e la Cina. Gli USA
rappresentano lì estremo superiore globale di carcerazione con 2.145.100 detenuti su una
popolazione di circa 320 milioni, il che rappresenta un tasso di carcerazione di 666 per 100.000
abitanti in un sistema composto da 4.575 strutture (carceri locali, statali, federali e private). Questo
tasso eccezionalmente alto riflette politiche penali storicamente aggressive.
Il sistema carcerario italiano attraversa una crisi strutturale caratterizzata da sovraffollamento
critico, un’epidemia di suicidi tra i detenuti e carenze croniche di personale, con le istituzioni
europee e i garanti nazionali che esprimono allarme diffuso sulle condizioni
disumane. La composizione della Popolazione Carceraria Italiana (2025) presenta una situazione
di sovraffollamento critico con una occupazione di 123,8% della capacità ufficiale con 63.499
detenuti totali (4,3% donne; 31,7% stranieri; 24,1% in attesa di giudizio e 0,5% minori. Il tasso di
carcerazione è di 108 per 100.000 abitanti (intermedio rispetto ai confronti globali). Il tasso di
suicidi ogni 10mila detenuti nel 2024 è stato del 14,8%, ed è più del doppio della media europea.
Nel messaggio di fine anno 2024, il Presidente Mattarella ha definito l’alto numero di suicidi indice
di condizioni inammissibili.
Oltre questo sguardo globale a numeri e statistiche, è cruciale sfidare gli stereotipi associati ai
detenuti e ai sistemi carcerari. È necessario promuovere una narrativa che enfatizzi il potenziale di
riabilitazione e reintegrazione di ciascun individuo, evidenziando casi di successo e programmi
efficaci. Le comunità civili e avanzate devono sostenere politiche di giustizia riparativa, che si
concentrano sulla responsabilità e sulla riparazione piuttosto che sulla semplice punizione.
Occorre garantire umanità dietro le sbarre e non lasciarla sulla soglia di ingresso della prigione. Il
costo sociale e umano della privazione della libertà impatta sull’ individuo, la sua famiglia e in
senso lato sulla stessa comunità. Una visione della privazione della libertà a breve termine,
strumentale e politicizzata a fini elettorali rischia di trasformare le carceri in parte del problema che
inizialmente erano preposte a risolvere.
In 30 anni di lavoro come delegato del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ho
visitato centinaia di detenuti di sicurezza, detenuti comuni, internati civili, prigionieri di guerra e
ostaggi in mano ad attori non statali in diversi paesi.
In ogni circostanza la privazione della libertà comporta un’interruzione della vita normale del
detenuto, separato dai suoi cari, creando vere e proprie sospensioni dell’esistenza. Questa
condizione può sottrarre una parte dell'umanità del soggetto, separandolo dal flusso della vita
sociale e quotidiana.
Per definizione, i detenuti sono potenzialmente vulnerabili. Non sono in grado di gestire la propria
vita. Sono alla mercé delle autorità detentrici e dei loro rappresentanti. Possono trovarsi in difficoltà
e persino rischiare la vita. La vulnerabilità di un singolo detenuto dipende da:
– categoria a cui appartiene (prigioniero di guerra, detenuto per motivi di sicurezza, criminale
secondo il diritto comune, migrante irregolare, ecc.);
– fase del procedimento giudiziario in cui si trova (sotto interrogatorio, in attesa di giudizio,
condannato);
– caratteristiche individuali come sesso, età, nazionalità e condizioni di salute.
Allo stesso tempo, carenze o lacune sistemiche nelle strutture, nelle procedure e nei processi di
detenzione possono colpire tutti i detenuti in misura diversa, indipendentemente dai fattori sopra
menzionati.
l CICR visita i detenuti per monitorare le loro condizioni di detenzione da oltre 140 anni.
L’obiettivo di queste attività è prevenire le sparizioni forzate, le esecuzioni extragiudiziali, i
maltrattamenti, la violazione delle garanzie giurisdizionali fondamentali.
La privazione della libertà è già la pena quindi indipendentemente dalla ragione per cui una
persona si trova dietro le sbarre occorre garantire che dignità e benessere dei detenuti siano
rispettati e le loro condizioni di detenzione siano conformi alle leggi e agli standard
internazionalmente riconosciuti.

