Romain Rainero: “L’emigrazione italiana nel primo novecento: speranze e realtà”

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Può sembrare un paradosso, ma molto spesso, la storia che riguarda anche un numero elevato di persone, magari milioni di individui, sembra scivolare nell’ombra del non-ricordo, quasi che l’evento, o gli eventi che li hanno riguardati, o che non fossero avvenuti in quelle dimensioni, o che, addirittura, vi sia stata una pervicace e vittoriosa volontà di qualcuno o di tutti, a volerli dimenticare, o a volerli ridurre a puro folclore. Senza grandi eventi bellici, senza riconosciuti condottieri o coinvolgimenti politici e parlamentari, la “storia” di questi eventi non assurge mai ad argomenti principe della memoria ufficiale: non la si studia a scuola e non entra mai nei manuali. Il numero dei suoi protagonisti non sembra contare: per la storia con la ‘s’ maiuscola, la storia che si studia, che si legge e che si commenta, conta di più una frase celebre, uno scontro a fuoco, una vittoria in una qualche lontana contrada, magari anche una sconfitta, piuttosto che centinaia di migliaia di sofferenze di quei non-protagonisti che spesso invece hanno realmente scritto la storia e costruito nuove società. Questo è il caso, in gran parte, della storia di quell’esodo che si potrebbe definire biblico, di quelle ingenti masse di italiani che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, cacciati da una perversa miseria andarono verso l’utopia sorridente e promettente verso altre nazioni vicine o lontane, con alterni esiti, verso un onesto lavoro ed una sopravvivenza, un’utopia che si alternò tra speranze e realtà. Questo è il cuore della nostra riflessione, che senza odi o rancori, ma con limpida ricerca, vuole ricordare quei tempi difficili e, purtroppo quasi del tutto obliati.

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