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Stiamo vivendo, ormai da anni, in un periodo di notevoli cambiamenti che incidono in maniera radicale sia sul modo di concepire l’impresa ed i suo management, sia nella pratica operativa nella quale il mondo imprenditoriale si trova direttamente impegnato. La competitività dell’impresa non si esprime oggi unicamente nella capacità di controllare i costi, e quindi nella sua efficienza, ma nella possibilità di rispondere adeguatamente alla domanda. Si delinea quindi un sistema impresa più complesso, ma anche più flessibile e più forte nei confronti dei mutamenti ambientali e aperto verso l’esterno. Nel caso dell’Italia e della Provincia di Cuneo la situazione appare molto complessa. Si assiste in realtà alla sommatoria di cinque crisi:

  1. La crisi di produttività stagnante/competitività
  2. La crisi del debito sovrano
  3. La crisi pandemica
  4. La crisi politica, derivante dall’instabilità di assetti territoriali preesistenti e di valori
  5. La crisi sociale ed il fenomeno di immigrazione di massa.

L’Italia è ora di fronte a un troppo a lungo rinviato “bagno di verità”.

In questo contesto, cosa devono fare oggi le imprese, soprattutto i piccoli, per crescere?

La risposta che la nuova classe dirigente dovrà dare a questa impressionante realtà è molto semplice: la costruzione di un nuovo genere di imprenditoria basato su nuovi modelli d’impresa che costituiranno altrettante sfide per la politica di domani.

Appare più che mai necessario un nuovo “salto culturale”.

Uscire dalla crisi è possibile, ma occorre smettere di aspettare che essa si esaurisca ed iniziare ad affrontare il cambiamento di cui essa è paradossalmente portatrice.

Le Istituzioni dovranno essere in grado di promuovere politiche per sviluppare la competitività: la crescita dimensionale, l’internazionalizzazione, l’innovazione tecnologica, le reti d’impresa e la ricerca garantendo il rispetto della sostenibilità ambientale.

Lo sviluppo dei progetti infrastrutturali, dall’energia ai trasporti e alla logistica, non può più attendere.

Lo stesso per il fondamentale driver dell’innovazione e della crescita: la tecnologia digitale su cui l’Italia è rimasta drammaticamente indietro.

Sarà inoltre necessario affrontare la sfida dell’internazionalizzazione e valorizzare le start-up incoraggiando lo sviluppo del tasso di imprenditorialità nel rispetto della persona e della sostenibilità ambientale.

Ma occorre andare oltre. Occorre pensare da parte della nuova classe politica nel nostro paese a “un rilancio strutturale dell’economia” in grado di ridare all’Italia un ruolo di primo piano e non succube e marginale nel contesto europeo ed internazionale.

È sufficiente al riguardo ricordare alcuni dati particolarmente significativi.

Nel 2020 l’Italia ha visto una perdita del PIL dell’8,8%. Per il 2021 è previsto un PIL in crescita del 6,4% e nel 2022 del 4,3%. Valori che andranno rivisti al ribasso per le drammatiche conseguenze sull’economia del conflitto ucraino.

La crisi provocata dal Covid ha fatto schizzare il debito pubblico italiano a valori inimmaginabili prima della pandemia, raggiungendo il picco del 160% del PIL.

La pandemia ha provocato un aumento delle insolvenze di imprese con un fatturato superiore ai 50 milioni di euro del +23%.

I settori maggiormente colpiti risultano il turismo, l’automotive ed i trasporti. Digitale, sanitario ed alimentare sono invece i settori in crescita.

Il conflitto ucraino ha inoltre sensibilmente aggravato la situazione delle aziende che presentano un’elevata dipendenza dall’export e dalle catene di produzione globali.

Soffriranno inoltre le industrie caratterizzate da un’elevata leva finanziaria e da una scarsa liquidità o dipendenti dall’importazione di materie prime da Russia ed Ucraina.

Anche il mercato del lavoro si sta muovendo in coerenza con la diminuzione del PIL. La diminuzione della domanda interna, al netto delle scorte, oscilla attorno all’8% con una perdita delle unità lavorative, rispetto all’era pre-Covid, di oltre 200 mila unità.

Il modello di industrializzazione diffusa, fondato sui distretti industriali che ha saputo affermarsi con i prodotti del “Made in Italy” sui mercati esteri fino a conquistare la ribalta della scena internazionale, sembra avere esaurito la propria forza propulsiva.

La sfida è avvincente e dà adito alla speranza, ma occorre giocarla da protagonisti e non limitarci a subirla.

 

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