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La popolazione mondiale ha quasi raggiunto gli 8 miliardi e si prevede che nel 2050 saremo 10 miliardi. Occorrerà sfamare un quarto in più della popolazione attuale. La FAO prevede che la richiesta di carne raddoppierà e che aumenteranno gli allevamenti intensivi a livello globale, maggiormente nei paesi in via di sviluppo. Contemporaneamente ci sono forti opposizioni agli allevamenti intensivi in particolare di bovini ritenuti responsabili della produzione di gas serra e di inquinamento dei suoli e dell’aria. La transizione ecologica (Green Deal in inglese) decisa dalla Commissione Europea per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite per il 2030 prevede la riduzione dell’impatto delle attività antropiche sull’ambiente, al contempo di raggiungere standard comuni e più elevati per alimenti più sani e sostenibili, nonché di perseguire una maggior sicurezza alimentare e un reddito equo per gli agricoltori. Tuttavia, l’impatto ambientale degli allevamenti intensivi e la scarsa tutela del benessere degli animali coinvolti all’interno della filiera alimentare paiono essere ancora un ostacolo al raggiungimento di tali obiettivi. Per alleggerire, almeno in parte, questa difficile situazione, investimenti importanti sono destinati in tutto il mondo alla ricerca di alimenti alternativi in grado di compensare o integrare la richiesta di proteine senza dover ricorrere ad ulteriori espansioni degli allevamenti intensivi. Fra le tante proposte vi è quella della carne coltivata che suscita forti discussioni e contrapposizioni, mentre lo stato della ricerca sembra non essere ancora in grado di fornire un quadro completo ed esaustivo sulla sicurezza di questo nuovo alimento e sull’eventuale impatto ambientale determinato dai processi produttivi.

Bartolomeo Biolatti

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