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Cesare Pavese in rapporto alla Langhe, la terra dove era nato il 9 settembre 1908 (Santo Stefano Belbo). Qui il padre, cancelliere del tribunale di Torino, aveva un podere e lo scrittore vi nacque quasi per caso. Pur vivendo la famiglia prevalentemente a Torino, le colline del suo paese rimarranno per sempre impresse nella mente dello scrittore e si fonderanno pascolianamente con l’idea mitica dell’infanzia e della nostalgia. La sua è la storia di un destino tragico e amaro, evidenziato da un disperato bisogno d’amore, da una ricerca di apertura verso gli altri, verso il mondo, verso le relazioni interpersonali, destino di solitudine, di amarezza, di disperata sconfitta. Una grande dicotomia tra l’attrazione per la solitudine e il bisogno di non essere solo. Dibattuto tra gli estremi di una orgogliosa affermazione di sé e della constatazione di una sua inadattabilità alla vita, Pavese sceglie fin da ragazzo la letteratura come schermo metaforico della sua condizione esistenziale , in essa cercando la risoluzione dei suoi conflitti interiori. Nel 1930 (a soli ventidue anni) si laurea con una tesi Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman e comincia a lavorare alla rivista «La cultura», insegnando in scuole serali e private, dedicandosi alla traduzione della letteratura inglese e americana nella quale acquisisce ben presto fama e notorietà. Nel 1931 viene stampata a Firenze la sua prima traduzione: “Il nostro signor Wrenn” di Sinclair Lewis . Il mestiere di traduttore ha tale importanza non solo nella vita di Pavese ma per tutta la cultura, da aprire uno spiraglio ad un periodo nuovo nella narrativa italiana. Nel 1933 sorge la casa editrice Einaudi al cui progetto Pavese partecipa con entusiasmo per l’amicizia che lo lega a Giulio..

RELATORE: Oscar BARILE

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