Quale futuro per l’Europa?

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Per non indurre false attese a chi attende una risposta a questa domanda sarebbe troppo facile cavarsela con una vecchia battuta: “Le previsioni sono difficili, soprattutto se riguardano il futuro”. Poiché però il futuro, più o meno lontano è l’inevitabile orizzonte per tutti noi, giovani adesso o anziani/giovani da più tempo, bisogna almeno provare a non sottrarsi a questa domanda difficile e tentare una risposta, sapendola ad alto rischio di errore. Ci aiuta un po’ a ridurre il rischio uno sguardo alla storia ancora giovane dell’Unione Europea. Nata all’inizio degli anni ’50 per consolidare una pace recente e ricostruire l’economia del continente, la Comunità europea ha realizzato molte cose prima di cambiare nome nel 1992 diventando Unione Europea con il Trattato di Maastricht, all’indomani dell’abbattimento del Muro di Berlino (1989), cui seguì l’unificazione tedesca (1990) e la dissoluzione dell’Unione Sovietica (1991). Sono gli anni della svolta che ci condurrà all’euro , al grande allargamento verso est del 2004 e all’insuccesso del Progetto di Costituzione europea (2005). Sono passati dieci anni da quella data, sette dei quali dominati dalla più grande crisi del dopoguerra: una crisi prima finanziaria, poi economica, diventata rapidamente una pesante crisi sociale, anticamera di una crisi politica in corso di aggravamento. Di qui bisogna partire, magari a ritroso, per cercare di anticipare/indovinare il futuro che ci aspetta, consapevoli che, dopo poco più di sessant’anni di vita, questa straordinaria avventura europea – unica esperienza al mondo per dimensioni e ambizioni – è vicina al capolinea o, almeno, davanti a un bivio: o il suo declino, fino alla rinuncia al processo di integrazione o il suo rilancio grazie a una forte iniziativa politica da parte dei Paesi fondatori (tra cui l’Italia) e di alcuni degli altri Paesi che hanno sottoscritto il patto – politico – dell’euro. Si impone un nuovo progetto politico di stampo federale che registri la sovranità trasferita in questi anni dagli Stati nazionali alle Istituzioni europee e proceda a ulteriori trasferimenti, come nel caso della politica estera o del fisco. Naturalmente trasferimenti di sovranità di questa portata debbono essere accompagnati da una revisione profonda delle Istituzioni perché siano salvaguardate le regole della democrazia e vengano rafforzati gli spazi della democrazia partecipativa. A partire da questa “rifondazione politica” la nuova “Unione Europea” potrà ricostruirsi come “unione sociale” e meglio rispondere alle domande dei cittadini, a cominciare dai loro bisogni sociali (lavoro, famiglia, casa, protezione sociale…) e dal rispetto dei diritti, per risalire a una “unione economica” (dotata di una capacità di bilancio comune), ad oggi tuttora latitante, in grado di governare gli strumenti finanziari, mettendoli al servizio dell’economia e non viceversa.

RELATORE: Franco CHITTOLINA

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