Una “macchina da risate” nel gusto di un’epoca, un Molière ancora fedelissimo interprete degli stili
della Commedia dell’Arte appresi dai comici italiani, ma che invece del solito canovaccio già
impiega la scrittura in forma teatrale.
Il testo varia senza soluzione di continuità dal tono “basso” del comico a quello “alto” del dramma e a tratti echeggia versi di arie d’opera barocche. Rivisitato in forma contemporanea da Chiara Giordanengo, un po’ anche ad un modo che ci appartiene, cercando con i pochi mezzi a disposizione di raccontare il dramma buffonesco di Sganarello e consociati, tutti convinti di essere traditi dai loro rispettivi compagni.
In questo spettacolo io sarò protagonista e didascalia di me stesso, ma specialmente regista.
La mia lotta per il teatro, è stata una lotta per la vita, per salvarsi dal teatro che è vita.
Muoverò questi personaggi, farò di vizi e virtù degli uomini. Io figlio del tappezziere del Re, io guitto, girovago, io che ho subito l’umiliazione del rifiuto dei potenti perché troppo si ritrovavano nel mio “Tartufo”.
Io, Dio del mio mondo, fatto a mia immagine, io morto in scena tenendo fra le labbra una
battuta. Questa sera, copione alla mano passando dal proscenio al palcoscenico.
Sganarello vi racconterà una favola lieve e vera, e vi sfida a credergli ugualmente.
Voi che vivete con me nei teatri sarete rievocati da un gioco di bambini.

